In questi giorni di spread alle stelle e di nubi minacciose che si addensano nei cieli d’Europa occorre fare uno sforzo d’immaginazione e cercare di capire quali possono essere le aree di sviluppo per il futuro.

Con il settore manifatturiero in ginocchio e una disoccupazione giovanile a livelli impressionanti (36,2 per cento nel maggio 2012), l’Italia potrebbe ritrovare uno slancio concentrando le proprie risorse nel settore  primario, in primis in quello agroalimentare, e sul terziario, in particolar modo nel comparto turistico

 Il patrimonio enogastronomico, unito alla bellezza del territorio italiano (riconosciuta in tutto il mondo), rappresentano degli “assets” che hanno potenzialità ancora tutte da esplorare grazie a delle sinergie che solo in parte, e recentemente, sono state attivate. Una forma tipica di ricezione turistica che coniuga perfettamente queste caratteristiche è l’agriturismo, capace di attirare una clientela intelligente ed esigente, attenta all’eccellenza che i vari territori italiani sono in grado di offrire. A dimostrazione della vitalità del settore, in questi anni di crisi economica è costantemente aumentato il numero di aziende agrituristiche autorizzate, passando dalle 14.017 del 2004 alle 19.973 del 2010. Tra il 2009 e il 2010 vi è stato un incremento del 5 per cento. Tra le pecore nere proprio la regione Marche, che ha registrato una diminuzione nel 2010 del 2,9 per cento. Il costante incremento delle aziende autorizzate e le previsioni che vedono un turismo internazionale colpito dalla crisi e in flessione lascia credere che la domanda si possa ancora concentrare in questo particolare settore. Dal punto di vista fiscale sono stati previsti dei regimi particolari in tema sia di imposte dirette che di imposte indirette. Presupposto essenziale per avvalersi di tali regimi è che le aziende agrituristiche rispondano ai criteri indicati nella “legge quadro” n. 96 del 20 febbraio 2006 e nelle singole leggi regionali che disciplinano i diversi aspetti di tale attività (organizzativi, produttivi, igienico-sanitari, amministrativi, ecc…).

Per quanto riguarda le imposte dirette, gli imprenditori individuali, le società di persone e gli enti non commerciali che svolgono attività di agriturismo determinano il reddito imponibile applicando all’ammontare dei ricavi conseguiti con l’esercizio di tale attività, un coefficiente di redditività pari al 25 per cento. Ai fini Iva, invece, tutti i soggetti che esercitano attività di agriturismo determinano l’ammontare del tributo riducendo a titolo di detrazione forfetaria l’imposta relativa alle operazioni imponibili in misura pari al 50 per cento del suo ammontare. Per l’agriturismo, la disciplina descritta rappresenta il regime “naturale”, mentre è sempre lasciata la possibilità di optare per i regimi ordinari mediante espressa opzione da esercitare nel quadro VO della dichiarazione annuale Iva. L’opzione è vincolante per un triennio. Uno dei più grandi ostacoli all’apertura di queste attività è rappresentato dagli alti costi da sostenere all’avvio per la riconversione e ristrutturazione dei fabbricati rurali. Proprio per poter superare tale barriera sarebbe utile inserire una specifica agevolazione fiscale legata agli investimenti da effettuare. A questo proposito si potrebbe pensare ad una forma di detassazione del reddito imponibile di importo pari ad una percentuale degli investimenti effettuati per l’avvio di un’azienda agrituristica. Il meccanismo di funzionamento potrebbe ricalcare quello previsto da altre forme di detassazione degli investimenti introdotte in passato (vedasi Tremonti-ter).

Dare nuova linfa partendo da settori in cui l’Italia si presenta con un evidente vantaggio competitivo potrebbe rappresentare un importante trampolino di lancio per l’economia, soprattutto per quella del Mezzogiorno del Paese, serbatoio inesauribile di bellezze naturali e tipicità locali.

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