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SHARING ECONOMY: UN BUSINESS DA 572 MILIARDI DI EURO

Con un occhio all’ambiente, si può sviluppare un’economia “green” che attira l’attenzione dei grandi gruppi finanziari europei. BlaBlaCar, il caso più evidente di sharing economy dall’indotto milionario.

La tecnologia ha la capacità di cambiare abitudini, condizionare scelte, e velocizzare processi di conoscenza un tempo assoggettati alla lentezza dei tempi di recupero delle informazioni. Ma soprattutto, la tecnologia, ha posto in essere la possibilità creare nuove opportunità di business oppure nuove frontiere volte al risparmio, che sia energetico e di consumo economico. Un caso che pone un legame ambivalente riguarda la cosiddetta “sharing economy”, ovvero l’economia della condivisione. O anche “consumo collaborativo”.

UN NUOVO MODELLO

Ma di che si tratta? In che cosa consiste? Partiamo dalla definizione. Il termine consumo collaborativo definisce un modello economico basato su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o conoscenze. È un modello che vuole proporsi come alternativo al consumismo classico riducendo così l’impatto che quest’ultimo provoca sull’ambiente. Il termine ha origine nel 1978 e fu coniato da Marcus Felson e Joe. L. Spaeth nel loro articolo “Community Structure and Collaborative Consumption: A routine activity approach” pubblicato nell’American Behavioral Scientist.

LE TIPOLOGIE

Negli ultimi anni, complice anche il costo sempre più elevato dei carburanti, sono nate nuove formule per ovviare a questo problema. car sharing, car pooling e bike sharing sono i più conosciuti. Quando si è in viaggio esistono formule di ospitalità come quelle offerte dagli utenti di CouchSurfing o BeWelcome che permettono gratuitamente di accedere alla casa di uno degli utenti e soggiornare per un periodo di tempo limitato. I partecipanti al progetto oltre a ottenerne un beneficio economico dovuto al risparmio di non dover rivolgersi alle classiche strutture di ricezione ne traggono un enorme beneficio in termini di scambio interculturale, di conoscenza di usi, costumi e territorio. Diversi servizi online permettono ai viaggiatori di trovare un “local friend”, un amico locale, che condivide le proprie conoscenze del posto e i propri stili di vita. In questo modo cercano di dare una prospettiva nuova al turismo, detto anche “turismo esperienziale”. Il baratto, invece, è la formula più antica di scambio. La ridistribuzione di beni posseduti e non più necessari o voluti viene messa a disposizione della comunità in cambio di altro più appetibile. Anche spazi come un ambiente di lavoro è un servizio che si può condividere, così le spese dell’affitto, di un collaboratore o di un computer possono facilmente essere abbattute mediante i progetti di coworking. Infine la banca del tempo è la struttura principe che si occupa di far incontrare le persone che vogliono mettere a disposizione della comunità le proprie conoscenze ottenendone in cambio altre. L’unità di misura è appunto il tempo, e il tempo di ciascuno, qualsiasi cosa offra, è uguale al tempo di tutti gli altri.

IL BUSINESS

Il risparmio dell’utente che usufruisce dei suddetti servizi, però, corrisponde, in buona parte dei casi, ad un guadagno per chi ha avuto l’intuizione di creare delle piattaforme online che polarizzano l’offerta settoriale. Da qui il proliferare di siti web che si occupano dei più vari segmenti tematici. Ad esempio, Airbnb è il portale dove si può affittare un appartamento al miglior prezzo, e rivolgendosi direttamente al proprietario. Quindi senza passare attraverso intermediari di agenzia. Ma il caso più evidente di sharing economy applicato al rispetto dell’ambiente, e quindi alla green economy, è il caso del portale BlaBlaCar. Ovvero un servizio di car sharing tra i più utilizzati in Italia. Come funziona? E’ molto semplice: ci si registra gratuitamente sul sito, e poi si va alla ricerca di passaggi in auto per il tragitto che si deve compiere. Una sorta di autostoppismo digitale. Si divide la spesa con gli altri passeggeri (quindi si risparmia soldi), ma soprattutto si immettono nelle strade meno automobili. E perciò: meno sprechi e meno inquinamento. Nello specifico, chi cerca il passaggio deve per forza di cose pagare in anticipo alla piattaforma la cifra pattuita con il proprietario della vettura. A viaggio concluso sarà BlaBlaCar a caricare sul conto dell’automobilista il denaro, tenendo per sé una percentuale variabile (pari al 12% nel caso di un viaggio medio da 340 km). BlaBlaCar conta già oltre 25 milioni di utenti in tutta Europa. La start up parigina vale oltre 1 miliardo di dollari. E il valore viene stabilito dagli investitori che sono intervenuti a finanziare la start up. Ecco, in pratica la sharing economy funziona in questa maniera. Alla base c’è un sistema di risparmio e di rispetto dell’ambiente. Ma a monte c’è anche il volume d’affari che viene messo in moto da enormi gruppi finanziari che intuiscono prontamente la bontà dell’idea, e decidono di investirci ingerendola nelle varie compagini dei rispettivi colossi finanziari. In breve, la genialità è sempre racchiusa in un’idea semplice e funzionale. Poi tocca ai mostri dell’economia portare tutto su un piano più alto, complesso e articolato.

SUL PIANO GIURIDICO

Il valore della “sharing economy”, su scala mondiale, si aggira intorno ai 572 miliardi di euro. Questo è quanto emerge dal rapporto “The cost of non Europe in the sharing economy” pubblicato dal Parlamento Europeo. Lo studio esamina l’attuale stato economico, sociale e giuridico per quanto riguarda l’economia della condivisione nell’Unione europea, e identifica, però, la mancanza di ulteriori azioni europee in questo campo. La valutazione della UE e della legislazione nazionale conferma che vi sono ancora notevoli carenze normative ed aree di scarso rendimento economico. Il successivo esame delle aree in cui si credeva che esistesse un potenziale economico, ha evidenziato che le barriere sostanziali rimangono, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi stabiliti nella legislazione vigente. Inoltre alcuni problemi non sono stati sufficientemente affrontati. Ad esempio lo status dei lavoratori impiegati attraverso la condivisione di fornitori di servizi di sharing economy. Di conseguenza, sarebbe necessario un’azione europea mirata a raggiungere il pieno potenziale economico dell’economia della condivisione. In tal modo la stessa politica europea dovrebbe cercare di garantire un giusto equilibrio tra la libertà creativa per le imprese e la protezione normativa necessaria. Questa ricerca stima il potenziale guadagno economico, collegato con un migliore utilizzo delle capacità (comunque sotto-utilizzato), intorno ai 572miliardi di euro per consumo annuale in tutta l’UE. Questa cifra dovrebbe comunque essere considerata con cautela. Infatti notevoli ostacoli impediscono il pieno beneficio dalla fase di realizzazione, e potrebbe ridurre il valore del potenziale utilizzo di fino a 18 miliardi di euro nel più breve termine, e fino a 134 miliardi nel medio termine. Mentre sulla lunga distanza tutto va considerato a seconda della scala degli ostacoli normativi che si possono incontrare.

IN ITALIA

La situazione in Italia non è delle più brillanti. Secondo il portale web Competere, che ha svolto un’interessante rapporto sulla questione, si legge che: “la sharing economy in Italia coinvolge una serie di attori a più livelli. Le modalità in cui nuove piattaforme, servizi rientranti nell’economia dell’accesso e della condivisione, si presentano sul mercato richiamano quelle che sono le problematiche più generali che affliggono l’ecosistema delle start‐up innovative. In particolare, si tratta di limitazioni che riguardano: la tassazione delle nuove imprese; i vincoli burocratici alla imprese; la capacità del sistema educativo universitario nel formare personale preparato nel settore ICT; la difficoltà nel reperire credito presso gli istituti finanziari. Gli investimenti in capitale di rischio o venture capital, in particolare, sono decisamente inferiori rispetto ad altri paesi europei. Per esempio, sebbene l’Italia sia seconda solo al Regno Unito per percentuale di PMI innovative, investe nel settore del venture capital solo lo 0,002% del PIL, rispetto a una media europea dello 0,024%. Non vi è, inoltre, una cultura imprenditoriale pronta ad accettare il rischio di iniziare una startup. In questo senso, la frammentazione della regolamentazione e delle modalità di finanziamento a livello regionale non permettono un adeguato utilizzo delle risorse finanziarie già scarse. Manca un luogo dove concentrare le esperienze d’innovazione che riesca ad attirare i migliori talenti, investitori italiani ed esteri secondo le migliori pratiche internazionali”.


Giorgio Guidi

CxO The Hive