Gli accordi per il libero scambio prevedono un sistema di commercio internazionale in base al quale merci e servizi possono circolare tra i Paesi aderenti senza alcun ostacolo costituito da barriere doganali di qualsiasi genere, tariffarie e non tariffarie.

E’ il caso, ovviamente, dell’Unione Europea ma esistono molte altre aree che hanno stipulato accordi per l’interscambio commerciale ispirandosi, tra l’altro, al modello europeo: tra i più importanti vi è il NAFTA (North American Free Trade Agreement) sottoscritto da Stati Uniti, Canada e Messico, ed il MERCOSUR (Mercado Comùn del Sur) che vede tra i propri associati la quasi totalità dei Paesi dell’America Latina.

Questi accordi favoriscono quindi i Paesi che ne fanno parte ma ciascun Paese è poi libero di adottare, nei confronti dei Paesi non aderenti, tutte quelle misure protezionistiche, di controllo, limitazione, pagamento, ecc. che vanno normalmente definite, appunto, “barriere doganali”.

Le barriere costituiscono ostacoli a volte molto difficili da superare rendendo di fatto impossibile la conquista di determinati mercati da parte delle imprese esportatrici di altri paesi costringendole ad applicare processi di localizzazione produttiva, spesso dispendiosi, per sfruttare al meglio un determinato mercato. Questo, di fatto, altera i rapporti di competitività e impedisce le opportunità di vendita in quanto genera costi, oltre ai dazi, che incidono fortemente sui prezzi di vendita vanificando anche un’eventuale rapporto di cambio favorevole.

Le normative che ciascun Paese applica, specialmente in materia di barriere non tariffarie, sono talmente articolate e complesse da costituire materia di difficile soluzione: le polemiche sul TTIP, ovvero il trattato economico di libero scambio tra USA e Europa, miseramente naufragato proprio di recente e rimandato ad una approfondita revisione, dimostrano quanto sia importante poter disporre di regole chiare e, soprattutto, comuni nel commercio internazionale.

Nei processi di internazionalizzazione, l’Impresa che vuole espandersi all’estero dovrà dedicare parecchia attenzione allo studio dei Paesi obbiettivo e all’esistenza di barriere doganali protezionistiche.

Soprattutto, si dovrà prestare attenzione all’esistenza di eventuali barriere non tariffarie, ben più insidiose di quelle tariffarie che prevedono generalmente il pagamento di un dazio definito.

Le barriere non tariffarie, oggi molto più diffuse e alle quali il predetto TTIP cercava di porre rimedio, riguardano, invece, gli standard qualitativi in termini di sicurezza sanitaria e ambientale, di etichettatura, di imballaggio, o di qualsiasi genere, che un Paese impone ai prodotti provenienti dall’estero.

Le barriere non tariffarie sono regole a volte di difficile interpretazione e molto differenti tra un Pese e l’altro.

Decidere di esportare in un Paese che adotta queste misure protezionistiche potrebbe costringere l’Impresa che vuole esportare ad interventi pesanti sulle caratteristiche del prodotto, sui processi di produzione e conservazione, sui componenti utilizzati e la loro provenienza, insomma su quanto necessario a rendere il prodotto idoneo all’esportazione nel dato Pese.

Ecco perché la pianificazione, nell’ambito delle strategie per l’internazionalizzazione, dovrà prevedere l’approfondita raccolta di informazioni da fonti qualificate al fine di accertare in anticipo l’esistenza di eventuali “barriere non tariffarie”.

 

Alessandro Scarlato

Club Economia e Finanza Sida Group