Partiamo da un momento storico rivoluzionario: la Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici (Cop 21) di dicembre 2015. Con l’accordo della capitale francese, 196 paesi si sono impegnati a limitare a 2 gradi centigradi l’aumento globale della temperatura. Si è stimato che per restare entro questi parametri si debbano tagliare le emissioni di 26 miliardi di tonnellate di Co2 equivalente entro il 2030

L’UNEP (Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite) stima che se tutti gli stati che hanno partecipato alla Cop21 mantenessero i loro impegni, si riuscirebbe ad arrivare al massimo a metà strada.

E l’altra metà come la copriamo? La risposta si chiama Economia Circolare. Spesso questo termine viene legato solamente al mondo del riciclaggio dei rifiuti ma il significato assume un contorno nettamente più ampio ed è anche più antico di quanto si creda, se pensiamo che già nel 1931 l’economista Harold Hotelling parlava di “prodotti economici sfruttati egoisticamente ad un ritmo eccessivo, realizzati e consumati in modo tale da generare molti sprechi”.
Oggi più che mai, il modello lineare (produrre, consumare, smaltire) non è più sostenibile alla luce dei risultati ambientali ed economici, bisogna iniziare dunque a pensare ad un concetto circolare di economia dove prima di buttare un prodotto e considerarlo rifiuto dobbiamo analizzare se è possibile riutilizzarlo o prevenire il suo smaltimento, nonché renderlo disponibile per altri usi nella sua interezza o nella sua componentistica.

Ogni giorno nel mondo si estraggono circa 22 chili di materie prime procapite e la metà di esse non può essere recuperata: pensiamo al cibo o ai combustibili fossili, agli inerti delle costruzioni, alla materia utilizzata per elettrodomestici, vestiti, automobili o detergenti. A questo dato aggiungiamone un altro ancora più inquietante: il 13 agosto del 2015 (un anno fa circa) abbiamo assistito all’ Overshoot day, siamo cioè, di fatto, entrati in riserva come pianeta andando ad iniziare a consumare più di quanto la terra possa produrre.

A fronte di questo quadro oscuro dove le difficili sfide del futuro lanciate sul finire dello scorso anno da Parigi si sommano a urgenti situazioni di riconversione dell’economia, è chiaro che la grande responsabilità ricadrà nei governi di tutti i livelli, ma un ruolo fondamentale sarà recitato anche dai cittadini e soprattutto dalle imprese che potranno essere protagoniste di questo cambiamento diventandone il motore trainante aumentando il benessere collettivo e ancor prima il loro profitto.

Ovvio che per far questo occorre formare una classe manageriale in grado di muoversi a proprio agio all’interno del mondo del waste end (rifiuti zero) e ancor più in generale dell’economia circolare. Una classe manageriale che secondo le stime di autorevoli riviste economiche, sia in grado di utilizzare in maniera responsabile ed efficiente le risorse, aumentando la produttività del 50% in pochi anni, a fronte di un aumento attuale del 2% utilizzando sempre e comunque risorse primarie. Per esempio, secondo Frans van Houten, Ceo di Philips “il passaggio all’economia circolare impone a chi lavora in Philips un cambiamento di mentalità. Non possiamo più pensare in termini di prodotti creati per essere scaricati sui clienti, dobbiamo concepirli in modo che siano riqualificabili, di facile manutenzione e diventino la fonte da cui estrarre materiali e componenti riutilizzabili.
Piccoli segnali di cambiamento si stanno già intravedendo se si pensa che grandi aziende Europee e non, stanno già incorporando il carbon pricing nei costi dei progetti di nuovi investimenti, includendolo quindi tra i fattori che influenzano il processo decisionale.

Nel tessuto italiano è bello pensare che nei prossimi anni sia il “Manager degli scarti” ad assumere un ruolo rilevante per la crescita aziendale.
Una figura che conosca bene innanzitutto cosa significhi pianificare un percorso all’interno di un quadro societario, una pianificazione complessiva di aspetti patrimoniali, finanziari ed economici sommata ad un’altra legata alla capacità per esempio, di intercettare fondi pubblici che nel caso della Circular Economy ammonteranno, dentro il programma Horizon 2020, nel biennio 2016-2017, a qualcosa come 650 milioni di Euro.

Una figura inoltre, che sappia individuare strategie di prodotto e di Marketing all’interno di questa evoluzione concettuale dell’economia, anche perché diversi case histories italiani, dimostrano che le famiglie del belpaese hanno un’attenzione al mondo green molto più evoluto di quanto si possa pensare a prescindere dalla loro condizione economica.

La rilevanza che assumerà questa nuova figura di manager avrà anche ripercussioni sul sistema collettivo se si pensa che Legambiente ha stimato che la circular economy nei prossimi anni farà crescere i posti di lavoro di circa 600.00 unità: 400.000 mila grazie ad una rigorosa applicazione dell’attuale legislazione sui rifiuti e quasi 200.000 mila per l’applicazione delle misure sull’economia circolare.
La sfida dunque è aperta, i presupposti per fare bene ci sono tutti, adesso bisogna però formare la classe dirigente del futuro, una classe dirigente responsabile che sappia generare utili facendo leva sulla circolarità dell’economia, che rivoluzioni un modo ormai statico ed obsoleto di pensare perché quegli scarti che fino ad un po’ di tempo fa rappresentavano un costo, oggi, con le giuste competenze e know how, rappresentano invece un’ opportunità di crescita.

Filippo Ugolini

Management Academy Sida Group

Area Waste End Management