Tempi duri per le nostre imprese: il mercato domestico ristagna, il mercato comune europeo non tira più, Usa e Giappone latitano.

Per ricercare i tassi di sviluppo del fatturato andati perduti bisogna guardare oltre i mercati abituali.

Il credit crunch del 2007, limitato ai mutui ipotecari Usa, ha generato una crisi globale dapprima finanziaria e poi economica ma soprattutto ha ribaltato completamente il concetto (e le aspettative) di solvibilità finanziaria, tanto in termini di rapporto debt/equity come di soggetti a rischio.

Non soltanto oggi le leve finanziarie tollerate viaggiano a valori quattro/cinque volte inferiori a quelli del 2007, ma è la platea di soggetti considerati rischiosi che si è estesa in maniera quasi automatica, applicando gli stessi criteri di rating al debito della pmi come al debito sovrano delle maggiori economie mondiali.

Implicazioni di business? Gli stati meno indebitati sono gli unici che possono guardare ai prossimi 4-5 anni con la ragionevole certezza di sostenere e financo incrementare il loro ritmo di crescita. E i più grandi tra questi, guess what, si chiamano Cina, Brasile, India e -un poco staccata- Russia.

Al pari dei BRIC ve ne sono altri che si muovono bene, dal Messico all’ Indonesia, il Sudafrica o la Turchia, ma è chiaro che questi e non quelli abitualmente presidiati saranno i principali mercati di sbocco a cui puntare nell’ immediato futuro per intercettare la domanda in crescita.

Ce lo confermano le stime al 2020 sulla creazione di nuova classe media, quella con un reddito disponibile annuo superiore a 30.000usd: dei 123 milioni di individui previsti a livello mondiale, metà sarà concentrato nei BRIC (Cina da sola 40 milioni), un quarto nei paesi avanzati (Usa, Europa) e un altro quarto negli altri paesi emergenti quali quelli già ricordati sopra e numerosi altri.

Ancora, ce lo conferma l’ Osservatorio Pmi edizione 2011 che indica nell’ internazionalizzazione e nell’ innovazione (di prodotto, di mercati, di politiche commerciali ecc.) le leve che caratterizzano le Pmi di successo, ovvero quelle che registrano performances al di sopra della media. Lo studio ci mostra come mentre il 70% delle imprese indica nell’ innovazione la sfida principale per la crescita, soltanto un quarto pone l’ accento sull’ internazionalizzazione: alea, dimensioni ridotte d’ impresa, sordità dei canali abituali di reperimento dei mezzi finanziari sono in testa alla classifica delle cause di questa ritrosia imprenditoriale.

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Volendo gestire e non subire questo scenario, le nostre imprese sono chiamate a puntare lontano e a dedicare risorse, umane e materiali, a questa sfida. I mercati vanno studiati, capiti, selezionati ed affrontati sulla base di un progetto di medio e lungo periodo.

Spesso notiamo come venga posta poca attenzione ai momenti di studio ed analisi ed invece molta all’ azione, alla vendita. Pur condividendo il fatto che le aziende non si reggono su studi ed informazioni ma piuttosto su fatturati e margini, metodologicamente non è un approccio auspicabile ed è per questo che, come Sida, esercitiamo un monitoraggio continuo dei principali mercati esteri e delle opportunità di filiera per poter meglio sostenere l’azione delle imprese del territorio.

Tra gli strumenti più attuali rientrano le forme aggregative (Ati, contratti di rete, consorzi per l’ export,..) utili a superare le cause di ritrosia sopre ricordate, condividendo con altri soggetti gli investimenti ed i rischi relativi a progetti di promozione e penetrazione commerciale. Ognuna di esse, con gradi e modalità differenti, prevede agevolazioni finalizzate agli scopi di cui sopra.

SIDA mette a disposizione tutto il suo know-how ed il suo network estero per assistere le imprese nell’ affrontare i  mercati mediante lo studio del potenziale di mercato, l’ individuazione di partner locali, stesura e realizzazione di un piano promo-commerciale, ecc.

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