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IL MODELLO COMPORTAMENTALE E LE INTERCONNESSIONI SISTEMICHE

“ Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”. (R. Buckminster)

Comprendere l’uomo in una prospettiva sistemica, implica considerare la persona in un’ ottica biopsicosociale tale per cui l’individuo è esso stesso un sistema in cui i fattori biologici, psicologici e sociali inscindibili tra loro, costituiscono il “ carrefour” dell’ essenza umana.

Tale concezione risulta essere alla base del modello comportamentale, modello che rivolge particolare attenzione alle interconnessioni sistemiche che si svolgono tra cervello, carattere e personalità e motivazione.

Considerare l’aspetto biologico nella produzione dei comportamenti umani è il primo assunto di base determinante ma non unisono poiché ogni comportamento umano è multifattoriale e quindi generato non sono da matrici genetiche ma anche date da fattori psicologici e sociali.

Partendo da una analisi del cervello, esso rappresenta quella struttura cognitiva  costituita dall’unità funzionale del neurone, che attraverso sinapsi e potenziali d’azione permette l’attivazione e la comunicazione tra le varie strutture cognitive e la risposta dell’individuo a  stimoli ambientali.

La struttura cerebrale d’ordine superiore è data dalla corteccia cerebrale, che consente lo svolgimento delle funzioni cognitive di apprendimento, memoria, percezione, attenzione, rappresentazione, ragionamento ed insight, linguaggio. L’emozione invece è data dall’attivazione del sistema limbico in cui l’amigdala gioca un ruolo decisivo nei processi emotivi umani.

Una caratteristica determinante del cervello umano è data dalla plasticità ovvero, la capacità di strutturare molte sinapsi neuronali. Ad incidere su queste sinapsi è proprio l’esperienza vissuta: quanto più l’ esperienza vissuta dalla persona risulta essere incisiva dal punto di vista emotivo, tanto più i legami neuronali tendono a rafforzarsi tra loro: di qui la memoria, il ricordo oppure il trauma vissuto e perpetuato ed a volte l’oblio o la rimozione.

L’esperienza relazionale vissuta dalla persona sin dalle primissime fasi di vita è la prima interconnessione sistemica del modello comportamentale in quanto l’ esperienza precoce vissuta dalla persona nel suo ambiente (relazioni con la famiglia, il gruppo, l’ambiente sociale)  va ad agire sui vari circuiti neuronali determinando mano a mano la struttura di personalità di ciascuno.

La  personalità rappresenta la struttura psicologica complessiva dell’individuo e come si rivela nel suo modo di pensare ed esprimersi, nei suoi atteggiamenti ed interessi, nelle sue azioni e nella sua visione di vita.

Lo sviluppo della personalità rappresenta un accumulo di qualità psicologiche in un organismo che si lascia plasmare passivamente dall’ambiente esterno, privo, quindi, di ogni potenzialità. Da tale processo di sviluppo ne evolve la sua personalità, intesa come una modalità strutturata di pensiero, sentimento, comportamento, che caratterizza adattamento e stile di vita di un individuo e che deriva da fattori costituenti il temperamento, lo sviluppo, l’ esperienza sociale e relazionale.

Le potenzialità dello sviluppo non sono illimitate, bisogna esaminarne le strategie al fine di favorirne uno sviluppo ottimale. La realizzazione personale è scandita da un orologio biologico, uno sociale e uno psicologico e  per  ottenere uno sviluppo di successo bisogna massimizzare gli esiti positivi e minimizzare quelli negativi. Far questo richiede la possibilità di  ricorrere a tre fattori: la selezione degli obiettivi di vita, l’ottimizzazione delle risorse personali e la compensazione delle risorse perdute. In gioventù si tende allo sviluppo delle competenze, in età adulta all’uso delle potenzialità e in vecchiaia al compenso del declino. Il successo dello sviluppo quindi dipende dalle strategie messe in atto durante la crescita al fine di  preservare le proprie risorse e compensarne la perdita.

Lo sviluppo è un processo continuo, a parte le fasi di transizione. Queste fasi sono di natura biologica o sociale e comportano dei cambiamenti nella vita del soggetto. Sebbene alcune di queste transizioni siano incontrollabili, è fondamentale che l’individuo sia in grado di sfruttare le proprie capacità e ridurre gli effetti negativi. In ogni fase di transizione è fondamentale la capacità di usare al meglio le proprie potenzialità. È compito del singolo far sì che queste fasi non siano momenti di crisi ma di crescita personale perciò in questo processo sono fondamentali le convinzioni di autoefficacia.

Alla base delle convinzioni di autoefficacia, vi è la motivazione, ovvero la spinta o stato interiore che orienta l’organismo verso un’azione finalizzata al raggiungimento di un determinato scopo o obiettivo. Struttura di personalità e motivazione sono la seconda interconnessione sistemica del modello.

La motivazione di un soggetto può essere analizzata a vari livelli. La condotta, infatti, può essere primaria, ossia motivata da spinte di tipo elementare o basilare per la sopravvivenza dell’individuo (meccanismi fisiologici); oppure secondaria, ossia può essere guidata da determinati concetti o schemi mentali (meccanismi a livello psicologico – cognitivo). Nell’essere umano è tuttavia molto raro che una data condotta sia il risultato diretto ed esclusivo di una sola spinta motivazionale: il più delle volte essa è sovra determinata, ovvero è l’esito di una concatenazione di motivazioni.

Comprendere la motivazione di un individuo significa dunque, analizzare il bisogno che sottende le azioni dell’uomo.

Maslow,ad esempio propose un modello di crescita motivazionale, la gerarchia dei bisogni.

Nel corso della vita si possono individuare sei fasi successive, andando dalla più elementare e basilare alla più complessa ed elevata. Esse sono i bisogni fisiologici (bisogno di acqua, di cibo, ecc.); i bisogni di sicurezza (operare una distinzione tra sé e non – sé: identità e ricerca di contatto e protezione); il bisogno di amore e di appartenenza (desiderio di ricevere e dare amore); il bisogno di riconoscimento (esigenza di avere dal partner in un’interazione il riconoscimento di ciò che si fa e del risultato raggiunto); il bisogno di realizzazione di sé (fase più elevata dello sviluppo e della comprensione di se stesso); bisogno di trascendenza (bisogno di superare i propri limiti). Un bisogno insoddisfatto ad un livello basso concentra l’energia motivazionale a quella fase e non lascia spazio per i livelli superiori. I livelli più alti si reggono sulla solida soddisfazione di quelli più bassi.

Nel mondo del lavoro la motivazione, risulta essere correlata alla produttività. Studi di Herzberg, dimostrano che al lavoro si chiede di soddisfare soprattutto il bisogno di autorealizzazione, dunque non soltanto di fornire un guadagno per nutrirsi, acquistare una casa e avere una stabilità e una sicurezza economica, ma anche di offrire opportunità di crescita e riconoscimento sociale. Il lavoro soddisfacente, che risponde a questi molteplici bisogni, è basato sia su fattori “igienici” (amministrazione, condizioni di lavoro, relazioni con i colleghi e i superiori) sia su “fattori motivanti” (fattori legati al vertice della piramide di Maslow). I fattori igienici da soli non sono motivanti e non creano soddisfazione, ma se non ci sono o risultano poco chiari e poco organizzati, creano insoddisfazione. I fattori motivanti sono connessi alla realizzazione di sé, cioè al riconoscimento, la responsabilità, la crescita professionale, i risultati ottenuti, il lavoro in sé, l’avanzamento nella carriera. Sono queste le leve per motivare un lavoratore e renderlo più produttivo. La motivazione al lavoro, quindi, non risiede solo negli incentivi economici, ma anche nel bisogno di affiliazione e nel bisogno di autorealizzazione.

Gli studi sulla motivazione al lavoro hanno rivestito una notevole importanza in campo applicativo, soprattutto per quanto riguarda la leadership. Esistono numerosi modelli di leadership che hanno evidenziato la necessità di un passaggio da un tipo di management tradizionale, autoritario a uno più partecipativo. Un nuovo stile direttivo, rispetto al passato, ha tra i suoi scopi quello di comprendere i bisogni del personale e di integrarli con quelli dell’azienda. Una leadership tradizionale è orientata a soddisfare soltanto i bisogni primari fisiologici e di sicurezza dei dipendenti, offrendo gratificazioni di tipo prevalentemente concreto. Una leadership di nuovo tipo, partecipativa è, invece, volta a soddisfare i bisogni sociali e di autorealizzazione e punta all’autocontrollo e all’autovalutazione, piuttosto che ad un tipo di controllo esterno che di fatto impedisce ogni iniziativa e crescita dei dipendenti. Questa capacità di leadership di nuovo tipo può realizzarsi solo se il leader ha una sufficiente competenza emotiva che gli permette di modulare, regolare le proprie emozioni e sapere creare un giusto spazio comunicativo tra lui e i sui dipendenti.

Non sempre però, negli ambienti socio lavorativi le persone sono motivate ed orientate  al lavoro, infatti uno dei concetti in opposizione alla motivazione è quello di frustrazione.

La frustrazione è lo stato in cui si viene a trovare un organismo quando la soddisfazione dei suoi bisogni viene ostacolata. L’ impedimento, può essere temporaneo oppure permanente. In quanto tale, la frustrazione è un aspetto inevitabile dell’esistenza, nel senso che è ovvio che vi sia un qualche limite alla possibilità di soddisfazione degli impulsi e dei bisogni e che il vissuto della frustrazione, ove sia contenuto entro limiti tollerabili, è un fattore importante di una relazione corretta con la realtà e della costruzione di una personalità equilibrata. Le cause di frustrazione sono quindi molteplici e possiamo classificarle come derivanti dall’ambiente fisico, cause di frustrazione provenienti dall’ambiente sociale, cause provenienti dall’ambiente di vita familiare dell’individuo che si intersecano appunto con le cause a matrice personale. Si possono distinguere le reazioni alla frustrazione Le risposte alle frustrazioni possono essere adeguate o inadeguate, normali o patologiche. Reazione adeguata e inadeguata non corrispondono a normale ed anormale, poiché, esse, possono tutte essere effettuate da un individuo normale ed in un certo senso vanno a costituire ciò che noi definiamo come meccanismi di difesa. La reazione inadeguata assume aspetti anormali patologici, quando si ripete in modo fisso e coercitivo anche di fronte a situazioni di per se lievi. Motivazione e frustrazione sono dunque processi mentali che influenzano il processo cognitivo e dunque i processi di decision- making, problem soving. Ciò porta la persona ad elaborare le informazioni in modo diverso ed allo stesso tempo giudicare la realtà in modo diverso.

Alla luce di quanto esposto, possiamo quindi concludere che  l’uomo è  pensabile come un universo, un “Olos”, un unico sistema vivo e cognitivo che presenta connessioni inscindibili tra mente e corpo.

Tale principio implica utilizzare un modo di analisi dell’uomo caratterizzato da interconnessioni.

Pensare in questo modo significa pensare per sistemi: visione che comprende ed integra le dimensioni della vita sociale ed ecologica verso una concezione unica che sappia che l’intero è il più della somma delle singole parti.

L’uomo è un sistema interconnesso e funziona in maniera sistemica: ogni elemento influenza l’altro in un continuum creativo che differenzia ciascuno di noi.

Silvia Cichella

Management Academy Sida group
Area Risorse Umame