Che l’epoca del solo “saper fare” sia finita, ne sono convinti in molti, compreso il sottoscritto, ma se questo è quanto, occorre discutere su cosa il mercato richieda oggi e cosa presumibilmente richiederà nel futuro.

 

In un continuo percorso evolutivo, i mestieri, le arti e le professioni richiedono sempre nuove abilità, sempre più affinate competenze, che vanno abbinate ad una capacità di intravedere il futuro sensibilmente più spiccata rispetto al passato. Con un ritmo sempre più serrato, i sistemi economici stanno accelerando, i cicli di vita di molti prodotti si stanno accorciando, la tecnologia e la società, più che mai in questo periodo, vanno a velocità molto diverse: è quindi oramai facile intuire che gli approcci di successo del passato molto difficilmente possono mantenere la loro efficacia nel presente, ancor meno nel futuro.

Aleatorietà di molte variabili di scenario, densificazione del tessuto economico e sua fisiologica e progressiva internazionalizzazione, avanzamento e rapida evoluzione del commercio on line, mutamenti nel comportamento d’acquisto, saturazione delle quote, poderose barriere all’entrata su molti settori tradizionali: questi sono solo alcuni dei fattori che rendono i mercati sistematicamente più complessi e selettivi rispetto ad un passato anche piuttosto recente. Se si vuole mantenere la capacità di essere competitivi e se si vuole avere ancora una prospettiva economica di potenziale successo, occorre cambiare, prima di dover subire il cambiamento.

Ai molti ragazzi che si affacciano verso il mondo del lavoro, tanti dei quali lo fanno con pochissima fiducia, o con speranze mal riposte, di solito ci tengo a ricordare alcuni aspetti che reputo fondamentali, perché credo fermamente che il futuro non è affatto funereo, ma occorre capirlo prima che diventi presente.

Innanzitutto, i normali percorsi formativi non ci hanno realmente resi capaci di percepire e affrontare problemi, ma piuttosto ad eseguire procedure. I “problemi” di matematica fatti a scuola, ad esempio, altro non sono che pretesti narrativi coi quali invitarci a svolgere algoritmi noti. Un problema, in quanto tale, tende ad essere invece qualcosa di nuovo, potenzialmente inaspettato, non ancora calcolato. E allora, basti ricordarci tutti quanti che i processi possono essere sistematizzati praticamente in ogni ambito, perciò non importa quanto siamo bravi, prima o poi verremo bypassati da una qualche forma di automazione (che di solito, male che vada, costa meno di un essere umano). E perfino nel caso in cui, in modo o nell’altro, ci presentassimo davanti al mercato capaci di risolvere problemi in modo infallibile e secondo “formule” inimitabili, perdiamo di vista il fatto che più è serrata la competizione e più stretti sono i suoi tempi, più diventa importante non già risolvere un problema, ma piuttosto fare in modo che esso non si verifichi affatto.

Quindi, dalla parte delle competenze, occorre più che mai, a mio avviso, non farsi prendere dallo sconforto di non riuscire a trovare l’incavo preciso per le nostre qualità specifiche e certificate (né tantomeno accontentarsi di fare quello che capita), ed invece affinare la capacità di approcciare in modo ampio e trasversale alle problematiche che possono porsi, cercando sempre di anticipare l’imprevisto e di intravedere come trasformare ogni potenziale rischio in un vantaggio. La nostra competenza specialistica diventa quindi uno dei nostri strumenti, magari il migliore, ma non l’unico, per portare a casa il risultato. Facile? Affatto, ma se lo fosse, non dovremmo neanche star qui a parlarne, poiché sarebbe già qualcosa che fanno tutti.

Da un punto di vista, invece, di mercato, il tempo dei grandi operatori, così come quello dei solisti, è probabilmente tramontato. O meglio: è forse finita l’epoca in cui nascono simili soggetti, nel senso che quelli già presenti hanno in un qualche modo sigillato pressoché qualsiasi ingresso nei loro ambiti di riferimento. In termini di esempi, è forse possibile che di qui a dieci anni possa nascere una casa automobilistica che possa far dimenticare la Ferrari, o una marca di orologi che nell’immaginario collettivo scalzi definitivamente la Rolex? Quando Facebook completerà il suo ciclo di vita, si parlerà ancora di social networking così come lo abbiamo imparato proprio dalle sue pagine o quel mercato specifico sarà tramontato anch’esso o profondamente mutato, prima di lasciar spazio a qualche nome nuovo? Può esistere una nuova multinazionale in stile Philip Morris o Unilever? Domande, forse, prive di una risposta unica ed inattaccabile, ma che sicuramente trovano invece certezze (nello specifico, dei “no” secchi e senza appello, per lo meno in un orizzonte di breve e medio periodo) se calate nel nostro piccolo quotidiano. Per cui, o si crea un percorso mirato ad entrare in queste realtà (la difficoltà nel riuscirci dipende molto dalla grande quantità di persone con le stesse ambizioni e dalla nostra reale capacità di metterci in gioco), o ci si cala nell’ordine di idee di intraprendere qualcosa di diverso, magari di proprio.

E al classico timore del “rischio di impresa” rispondo semplicemente che in un mondo dove un giovane è statisticamente destinato a cambiare lavoro dalle 4 alle 8 volte nel corso della sua vita utile operativa (con tutto ciò che deriva anche da un punto di vista di continuità finanziaria e capacità di investimento), ci sono scelte che comportano rischi quanto meno simili, come l’affidare il proprio futuro nelle mani di terze persone.

Non ho la sfera di cristallo e non voglio imporre alcun punto di vista, ma a mio parere siamo potenzialmente all’alba di un risorgimento imprenditoriale italiano, fatto di piccole eccellenze, radicate nel territorio, che sanno armonizzare tradizione ed innovazione, che ravvivano e rinnovano il passato, che sanno comunicare una qualità senza tempo, che sanno prendere ciò che c’è di buono dal mondo che si lasciano alle spalle e che ne sanno anche giudicare serenamente e migliorare i difetti; magari, che fanno massa critica collaborando in reti, caratterizzate da una conduzione orchestrata da dei manager, capaci di fare progetti comuni, di organizzare e promuovere interi territori come meta-imprese. È un modo forse nuovo di fare business, alieno a molte nostre precedenti storie locali, fatte di individualità forti, determinate e testarde (nel bene e nel male), ma i tempi sono cambiati, e alcune qualità di ieri potrebbero oggi addirittura rappresentare delle zavorre.

 

Michele Barchiesi

Sviluppo Organizzativo e Strategia d’Impresa