CROWDFUNDING E TERZO SETTORE

Non-profit non significa che non si tratti di imprese. Sembra un assunto semplice e banale, ma non è affatto scontato nella pratica quotidiana, dove si misura facilmente ciò che è monetizzabile in via diretta, mentre i metodi di valutazione delle esternalità positive sociali ed ambientali non seguono ancora percorsi omogenei e standardizzati. Il Terzo Settore va gestito integralmente con tutti i crismi della gestione aziendale, a partire dai calcoli del fabbisogno finanziario e dalle strategie di ottenimento delle adeguate coperture.

 

Il crowdfunding è uno strumento innovativo per ottenere copertura finanziaria per imprese, prodotti, progetti. Si tratta di un’evoluzione interessante del mercato dei capitali, poiché funziona attraverso la mediazione di piattaforme telematiche specializzate e attraverso la propensione del pubblico di donare, prestare o investire del denaro sulle attività che reputano più interessanti. Passando per dei portali web appositamente creati, consultando le campagne create dai proponenti, il pubblico degli internauti ha quindi la possibilità di valutare e finanziare direttamente idee di business di ogni tipo. Questo permette alle startup il parziale bypass delle tradizionali procedure finanziarie (con relativi scogli, nodi, lentezze) e permette anche loro di ottenere consenso diffuso e visibilità perfino fin dalle fasi embrionali di un progetto di impresa. Si tratta di quello che potrebbe essere un enorme passo avanti verso una vera “democrazia economica”.

Si mescolano, in questo ambito, discipline, procedure, attitudini, tradizioni di diverso tipo: dalla neuroeconomia alla psicolinguistica, dalla pianificazione strategica alla valutazione d’azienda, dal web marketing alla psicologia degli investimenti e degli investitori, dalla finanza alle tecniche di vendita e così via.

Uno dei tanti aspetti interessanti del crowdfunding è che esso può rappresentare un utile strumento al servizio delle imprese sociali, a tal punto da rappresentare un nuovo strumento di fundraising, complementare e compensativo rispetto ai mezzi tradizionali.

Nonostante si parli ancora relativamente poco di crowdfunding (almeno in Italia) si tratta di un fenomeno già presente da diversi anni e questo implica che già possa esistere generalmente una consistente bibliografia composta di dati statistici, buone pratiche, casi specifici, utili a misurare le potenzialità di questo sistema di copertura finanziaria, in base al tipo di progetto, di impresa e di settore di riferimento. Tuttavia, per il Terzo Settore in particolare vi è tuttora una certa scarsità di evidenze empiriche che permettano di individuare le strategie più azzeccate per il successo di una campagna di crowdfunding. E per il mondo del Non-profit si tratta di una questione non da poco, visto che la finanza tradizionale si è mostrata spesso insufficiente od inefficiente per far fronte ai fabbisogni emergenti (non esiste un sistema di misurazione del valore della finalità sociale per cui è richiesto ed impiegato il danaro, rispetto alle normali logiche produttive e commerciali di un’azienda profit) e che il classico fundraising (“offline”) si sia mostrato poco efficace soprattutto nel sostenere la fase di avvio e di primo sviluppo.

Ciò non toglie che il panorama, specialmente quello italiano, mostri una buona propensione alla donazione da parte del pubblico: si tratta di una nostra peculiarità culturale, tanto è vero che spesso molte campagne di raccolta vengano pubblicizzate, o perfino portate direttamente avanti, attraverso i social network, Facebook e Twitter in primis, con un considerevole consenso.

Occorre tener presente che ai normali impulsi filantropici e mutualistici di chi normalmente effettua una donazione, tipiche basi della cooperazione sociale, nel crowdfunding si va ad aggiungere che i sostenitori di un progetto potrebbero decidere di investirvi del denaro non solo per ottenere ritorni esperienziali, emozionali, reputazionali, ma anche per ricevere ricompense materiali (le cosiddette rewards) e benefici finanziari e fiscali.

Quel che serve, dunque, è di permettere al progetto di esprimere completamente il suo valore intangibile, di comunicare a chiunque voglia approfondirlo quali siano le idee e i valori fondamentali che stanno dietro all’iniziativa, di poter essere compreso e legittimato, quindi condiviso. Un’impresa sociale ripaga i suoi sostenitori con il senso di appartenenza, con l’orgoglio della condivisione e della solidarietà, con la creazione di valore per la comunità e se questo aspetto è comunicato nel giusto modo, può in gran parte motivare la donazione.

Quello che poi occorre è un adeguato apparato normativo a contorno, che permetta di dare un valore un pochino più materiale, ma comunque sentito, a chi dona.

 

Michele Barchiesi

Management Academy Sida Group

Sviluppo Organizzativo e Strategia d’Impresa