IL PENSIERO COMPUTAZIONALE: LE NUOVE COMPETENZE MANAGERIALI NELL’ERA DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.

IL PENSIERO COMPUTAZIONALE: LE NUOVE COMPETENZE MANAGERIALI NELL’ERA DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.

IL PENSIERO COMPUTAZIONALE: LE NUOVE COMPETENZE MANAGERIALI NELL’ERA DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.

 

Parlare dell’impresa del futuro, in un’era di continue trasformazioni e rivoluzioni tecnologiche e culturali significa parlare di un nuovo modello di pensiero economico, strategico e aziendale.
Il pensiero manageriale che ha caratterizzato l’economia del secolo scorso e che ha lanciato il sistema imprenditoriale all’interno di un mercato globale sta affrontando un processo di metamorfosi dei suoi paradigmi. Gli strumenti tecnologici oggi non rappresentano più un supporto allo sviluppo d’impresa, essi diventano invece le infrastrutture principali.

Il computer rappresenta l’architettura d’azienda, scheletro e cuore pulsante del business e dell’organizzazione. Per questo motivo accanto al pensiero manageriale, fatto degli strumenti e delle tecniche per la direzione e gestione dell’organizzazione aziendale, si sta affiancando un nuovo modello cognitivo: il pensiero Computazionale.

 

Utilizzato per la prima volta da Jeannette Wing nel 2006, il Pensiero Computazionale «rappresenta un insieme di attitudini e competenze universali che tutti, non soltanto gli informatici, potrebbero assimilare ed utilizzare». Secondo la Wing questo tipo di pensiero coinvolge la soluzione dei problemi, la capacità di analisi, la progettazione di sistemi e la comprensione del comportamento umano attingendo ai concetti fondamentali su cui si basa l’informatica.

Le capacità di astrazione, di ragionamento logico e simbolico, il saper scomporre un problema in tanti problemi più piccoli sono proprie del pensiero computazionale e ad oggi vedono la loro applicazione nella vita di ogni giorno come nelle nuove professioni emergenti.

 

Pensare come uno scienziato del computer, scrive la Wing, significa molto di più del saper programmare. Ciò che è richiesto è pensare a livelli multipli di astrazione. Per questo motivo, quelle computazionali non sono capacità relegate all’ambito della tecnica ma appartengono a competenze intellettive e cognitive che nell’esperienza Statunitense sono state introdotte nei percorsi formativi a partire dalle scuole primarie.

Non è un caso, infatti, se oggi la domanda di lavoro nell’ambito della programmazione, negli States come nel resto del mondo, è in continua crescita e coinvolge sempre di più i giovani diplomati tecnico-informatici. È la popolazione più giovane, i “nativi digitali”, ad avere al contempo le competenze tecniche nell’utilizzo degli strumenti informatici e quelle capacità cognitive computazionali che segnano la differenza sostanziale tra il programmatore puro ed il nuovo “management tecnologico”.

 

Se si tengono in considerazione nuovi ambiti professionali come i Big Data, la Business Intelligence o la Sicurezza Informatica, le competenze richieste non sono solo competenze tecniche informatiche ma anche statistico-matematiche e analitiche. In questo senso le doti computazionali si rendono sempre più necessarie quanto più si ha a che fare con la gestione di dati e di informazioni. La costruzione di algoritmi per l’analisi dei dati, l’elaborazione di modelli predittivi per il business aziendale o per la prevenzione degli attacchi informatici richiedono questo tipo di doti. La tecnica sicuramente, ma anche il pensiero predittivo-analitico grazie al quale elaborare software e algoritmi su misura per quelle che sono le esigenze dell’impresa.

 

Come ogni forma di rivoluzione, non mancano le difficoltà nell’affrontare cambiamenti epocali. Negli Stati Uniti la richiesta che gli studenti imparino a programmare è sempre più pressante ed ha aperto lo spazio ad una diatriba tra i sostenitori della “programmazione sin da piccoli” e chi invece non considera realistico l’obiettivo di insegnare a programmare a tutti gli alunni. Nel Regno Unito, ad esempio, imparare a programmare è diventato obbligatorio per tutti gli studenti dal 2014.

 

Per utilizzare quindi ancora le parole di Jeannette Wing, oltre alla lettura, alla scrittura ed alla matematica la nuova alfabetizzazione passa attraverso l’utilizzo dell’alfabeto e del pensiero tecnologico. A partire dal sistema formativo primario, quindi, l’obiettivo è quello di «aggiungere il pensiero Computazionale alle capacità analitiche di ogni bambino». Conoscere i linguaggi di programmazione sarà necessario quanto conoscere le lingue internazionali, saper programmare quanto saper leggere e scrivere, saper elaborare modelli algoritmici per la costruzione di modelli predittivi e utilizzare data warehouse per la gestione di Big Data sarà necessario quanto conoscere

gli elementi basilari della matematica.

 

Nella società tecnologica in evoluzione, il pensiero Computazionale rappresenta l’approccio ed il metodo attraverso cui gli uomini possono risolvere i problemi, non è al contrario il tentativo di rendere gli uomini al pari del computer. A proposito di ciò ed a conclusione del ragionamento, la nuova frontiera dello sviluppo economico e di impresa non sarà la creazione di tanti manager-automi impegnati nel ragionare come fossero calcolatori, al contrario a vincere sarà chi saprà coniugare le proprietà esclusivamente “umane” come la creatività, l’intuizione, l’immaginazione a competenze tecniche logico-informatiche necessarie per affrontare analiticamente le complessità organizzative e gestionali dell’impresa moderna.

 

Luigi Apollonio

Management Academy Sida Group

Area ICT Digitale

By | 2017-12-28T12:19:59+00:00 7 luglio 2017|Blog|Commenti disabilitati su IL PENSIERO COMPUTAZIONALE: LE NUOVE COMPETENZE MANAGERIALI NELL’ERA DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.